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La protezione dei dati personali in Italia e nell’esperienza asiatica nella lotta al COVID-19 – PARTE II

[Continua dalla PRIMA PARTE]

Il monitoraggio dei soggetti potenzialmente infetti e sottoposti al regime della quarantena: l’esperienza estera.

L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 ha innescato una ulteriore questione di natura, almeno inizialmente, prettamente tecnologica che, ovviamente non può prescindere da considerazioni sul tema della privacy e, più in generale, sulla compressione delle libertà fondamentali dei cittadini. Fin dall’inizio i primi paesi colpiti dalla pandemia hanno iniziato a investire su sistemi informatici volti, da un lato ad esercitare un certo tipo di controllo sulla popolazione funzionale ad evitare le violazioni delle misure eccezionali di isolamento domiciliare e di quarantena, dall’altro lato a tracciare e controllare gli spostamenti dei soggetti risultati positivi ed a mapparli a fini statistici.

Ogni paese ha scelto di utilizzare un sistema ed una metodologia differente, ciò deriva non soltanto dai diversi livelli di digitalizzazione della popolazione (in quanto si tratta tendenzialmente di contesti ad altissimo tasso di digitalizzazione) ma soprattutto dalla consapevolezza da parte degli organi governativi della cultura dominante nel paese e, dunque, della reazione generalizzata che la popolazione avrebbe avuto nonché dell’aspetto demografico e geografico del paese.

Nella comparazione delle esperienze di seguito analizzeremo, innanzitutto il dato demografico e geografico, seguito da una breve analisi relativa ai diritti garantiti in condizioni di non emergenza ed infine applicheremo al contesto la soluzione tecnologica adottata.

L’esperienza della Repubblica di Singapore

Trattando dell’esperienza della Repubblica Singapore va sottolineato che si tratta di una città-stato ad altissima densità (7.681ab/km2) con una estensione territoriale molto contenuta. Singapore è stata immediatamente coinvolta nell’emergenza Covid-19 in quanto profondamente connessa con la Cina, epicentro della pandemia.
Culturalmente, a Singapore convivono la comunità cinese, la comunità indiana e la comunità occidentale. Nonostante l’esperienza politica della Repubblica di Singapore si rifaccia ad un modello inglese e viga nel Paese un sistema di democrazia rappresentativa, Singapore ha un sistema educativo molto rigido ed un sistema giudiziario molto efficiente e vive in una costante condizione di compressione delle libertà fondamentali con un controllo governativo molto forte. Basti ricordare che a Singapore sono ancora vigenti le pene corporali per alcuni reati ed anche la pena di morte.

Il Governo ha immediatamente provveduto ad un’azione rapida ed efficace utilizzando i protocolli già predisposti durante la recente epidemia di influenza aviaria. Innanzitutto, la predisposizione di un unico soggetto di coordinamento (Il National Centre of Infectious Diseases) finanziato costantemente negli anni ed un piano immediato di restrizioni sugli spostamenti aerei con altri paesi, nonché l’aumento esponenziale dei controlli aeroportuali e portuali ha permesso un controllo ed un contenimento pressoché immediato dell’epidemia. Le autorità sanitarie hanno provveduto ad un tracciamento di tutti i casi di polmonite ed influenza ed al monitoraggio ospedaliero o da remoto tramite applicazione.

Il Governo ha predisposto una applicazione cui sono stati forniti soltanto i soggetti sottoposti a regime di quarantena, i soggetti infetti e coloro i quali potessero essere sospettati di essere contagiati per prossimità. Il monitoraggio previsto consiste in più telefonate al giorno, ricevute le quali bisogna condividere la propria posizione, in controlli a campione effettuati in presenza dalle autorità sanitarie e dalle forze di polizia con sanzioni fino a sei mesi di reclusione e perdita della cittadinanza. Dunque, la scelta di Singapore è stata quella di prevedere un sistema rigidissimo di controllo della popolazione con l’imposizione di misure severissime, concedendo, però, come contraltare un reddito stabile alle famiglie fino alla fine dell’epidemia e cure gratuite ai contagiati, dimostrando quindi una forte vicinanza dello Stato. Un tale regime restrittivo è stato applicabile anche in virtù di una più generale abitudine alla rigidità delle regole imposte anche in tempi non interessati da emergenze sanitarie.

L’esperienza della Repubblica di Corea

In riferimento alla Corea del Sud sarà bene iniziare la trattazione con le medesime premesse della Repubblica di Singapore, si tratta di una Repubblica semi- presidenziale con una estensione territoriale limitata ed una densità di 491ab/km2. Anche in questo caso, la vicinanza geografica con la Cina ha determinato una rapidità nel contagio. A differenza di Singapore il governo della Corea del Sud è meno rigido ed autoritario e sembra che fosse effettivamente meno preparato ad affrontare una epidemia. La grande fortuna della Corea del Sud è stato un contagio con un epicentro ben determinato e contenibile con misure adeguate. Il Governo, infatti, individuando il cluster zero del contagio è riuscito in un tracciamento preciso mettendo in campo misure di individuazione degli hotspot del contagio e sottoponendo la popolazione quasi in modo massivo al tampone. Per quanto concerne la Corea del Sud, la tecnologia utilizzata è studiata per interagire perfettamente con il substrato culturale coreano. Infatti, l’applicazione governativa denominata “Corona 100” insieme ad altre applicazioni private, invia una notifica nel momento in cui nel raggio di 100 metri si avvicina un soggetto infetto o sospetto. Questa applicazione interagisce perfettamente con il forte senso di rispetto della comunità e timore di un pubblico ludibrio che permea fortemente la comunità coreana. Il sentirsi esposti e vedere rivelati i propri segreti più nascosti, seppur in forma anonima, crea un grande disagio dal punto di vista personale e certamente, seppur probabilmente è complessa da dimostrare la violazione del diritto alla privacy, certamente vi è un controllo psicologico della cittadinanza potenzialmente minaccioso in uno Stato di diritto.

Inoltre, il Governo ha anche predisposto una applicazione di monitoraggio per i soggetti sottoposti al regime di quarantena che un funzionamento simile a quello già osservato nell’esperienza di Singapore, con contatti periodici ai soggetti sottoposti alla quadrante perché infetti o sospetti tali e controlli a campione da parte delle autorità.

L’esperienza della Repubblica Popolare Cinese

Nel trattare il caso della Repubblica Popolare cinese vanno fatte alcune necessarie premesse: in primo luogo si tratta del luogo in cui l’epidemia di Covid19 è iniziata, diffondendosi poi in tutto il mondo, in secondo luogo proprio per tale motivo la Cina si è ritrovata in una situazione in cui tutta la comunità internazionale era in attesa delle misure che il Governo cinese avrebbe messo in atto. La Repubblica Popolare Cinese si estende per una superficie molto vasta, con una densità media di 146,2 ab/km2 che raggiunge il picco massimo di 1458,59 ab/km2 nella capitale Pechino. Si tratta di una repubblica popolare monopartitica con un governo che accentra su di sé i poteri di controllo sociale ed economico quasi in modo esclusivo. In questo contesto la scelta cinese è stata quella di mettere in campo misure straordinarie dal punto di vista del rafforzamento delle strutture sanitarie e dal punto di vista economico.

Il Governo cinese, nell’ambito della pandemia, ha esteso in modo più intenso il regime di sorveglianza dei cittadini (che vantava una ingerenza già forte) sfruttando tutta la tecnologia a sua disposizione, sia per quando concerne l’analisi dei big data, sia servendosi di numerosi espedienti di intelligenza artificiale. Al contrario di altre realtà, il Governo cinese non ha creato una applicazione proprietaria, piuttosto ha preferito utilizzare i dati delle due applicazioni più utilizzate in Cina, WeChat ed Alipay (a conferma del fortissimo legame tra il governo ed il tessuto imprenditoriale cinese) inserendo nelle stesse il c.d. “Health Code”, un codice di colore assegnato automaticamente attraverso meccanismi di IA ad ogni cittadino a seconda della probabilità di essere contagiato o meno. Questo sistema non solo consentiva ai cittadini di vedere il colore assegnato ad altri cittadini con il solo inserimento dell’ID altrui, ma comunicava con i sistemi di geolocalizzazione, coi sistemi di pagamento e di tracciamento delle operazioni bancarie (in Cina il 90% delle transazioni avviene con moneta elettronica), con i sistemi di messaggistica istantanea utilizzati tra i privati cittadini, con i dati ufficiali interni al governo e con i dati di vendita delle farmacie. Per riassumere, ogni cittadino cinese è tracciato in ogni suo spostamento, pagamento e comunicazione, nonché in ogni suo acquisto di farmaci al fine di prevenire e ridurre l’espandersi del contagio. A ciò si aggiunga che ogni cittadino per entrare nel proprio appartamento o nel proprio posto di lavoro deve necessariamente scansionare un QR Code e dichiarare i propri dati, il proprio ID ed il percorso effettuato.

Seppur questo tipo di sorveglianza straordinaria sia stata accolta con grandissima responsabilità da parte della popolazione e sia stata considerata estremamente efficace dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, pone fortissimi dubbi dal punto di vista della tutela della privacy e della garanzia dei diritti dell’uomo. Di certo, la forte collaborazione tra imprese e governo ha aiutato nella predisposizione di queste misure ma è cosa nota che per il popolo cinese questo livello di ingerenza nella vita privata da parte del governo sia da anni la “nuova normalità”.

Il popolo cinese, oltre ad avere una fortissima cultura digitale ha sostanzialmente, nel tempo, ceduto sempre più libertà al governo in nome della semplificazione della quotidianità.

Perché l’Italia non può adottare il modello asiatico.

Quasi inaspettatamente, a poche settimane dall’inizio della pandemia, dopo che erano state interessate le regioni più vicine alla Cina, l’Italia diventa il primo paese occidentale ad avere un significativo numero di contagi e di decessi. In questo contesto di emergenza il nostro paese ha provveduto ad apprestare le misure necessarie per combattere il fenomeno Covid-19. Al netto delle critiche sulla tempestività e sull’adeguatezza delle misure sanitarie ed economiche non oggetto di questa trattazione, possiamo fare delle riflessioni rispetto ai temi della privacy e della tutela delle libertà fondamentali dei cittadini.

Come già detto è manifesta la situazione emergenziale ed è evidente che la risposta a tale situazione non possa che essere costruita con misure di distanziamento sociale e una limitazione o compressione di alcuni diritti garantiti come la libertà di spostamento.

Per nostra fortuna, però, il diritto alla tutela dei dati personali ha una forte resilienza nel nostro ordinamento ed in generale nel contesto comunitario europeo, poiché è costruito attraverso disposizioni che, in situazioni di emergenza, sono in grado di ridurne o estenderne l’ampiezza senza mai disattenderlo e senza mai svuotarlo del proprio contenuto. Ciò che va fatto, operazione peraltro non nuova quando si mettono a confronto diritti costituzionalmente garantiti, è un’attività di bilanciamento. Per bilanciamento s’intende una tecnica che accordi tutela ad entrambi i diritti stabilendo, concretamente, il livello di espansione o di compressione degli stessi. L’attività di bilanciamento, ricordiamo che deve seguire delle regole individuate nel corso del tempo dalla prassi giurisprudenziale: la compressione di un diritto od interesse deve essere congrua rispetto alle finalità che ci si prefigge, la compressione di qualsiasi diritto deve essere proporzionata e dunque muoversi secondo il principio del “minor sacrificio possibile” ed infine, il nocciolo centrale del diritto compresso deve comunque essere tutelato al punto di garantirne l’operatività.
In questo momento storico appare evidente un necessario bilanciamento tra il diritto alla tutela dei dati personali ed il diritto alla tutela della salute, tenendo in considerazione la necessità di una compressione del primo a favore del secondo solo se vengono rispettati dal Legislatore i principi di adeguatezza e di limitazione nel tempo di tale compressione. In termini assoluti, proprio per quanto detto sopra, appare inverosimile una compressione del diritto alla protezione dei dati personali come avvenuto nell’esperienza asiatica soprattutto in riferimento all’esperienza coreana e a quella cinese nella quale si è assistito ad un quasi annullamento di tale diritto, operazione impossibile nel nostro ordinamento perché violerebbe le regole del bilanciamento tra i diritti.

Una sperimentazione dell’utilizzo dei dati per analizzare l’andamento del contagio è stato fatto dalla Regione Lombardia, la quale ha utilizzato le celle telefoniche per monitorare gli spostamenti interni alla regione da parte dei cittadini. In questo caso si è trattato di dati pseudonimizzati, i cui risultati sono stati resi pubblici in forma anonima. In generale, però, stante alla normativa vigente, questo genere di iniziative può divenire rischioso per la tutela del diritto alla riservatezza, specie se non controllato dall’autorità dello stato.

In questo complesso contesto storico, il Governo italiano ha aperto una c.d. “fast call” promossa da più ministeri (Ministero della Salute, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero per l’Innovazione Digitale ed altri) della durata di tre giorni in cui pubbliche amministrazioni ed imprese erano invitate a presentare soluzioni già esistenti e non da sviluppare per la telemedicina (ad es. cookiebot per evitare di ingolfare i numeri di emergenza o trasmissione sicura delle ricette mediche) e per il monitoraggio attivo dei pazienti infetti o sottoposti a misure di quarantena, che non si trovino presso le strutture ospedaliere, attraverso tecnologie quali “alerting” o auto-monitoraggio. La risposta è stata di 1.533 proposte presentate che saranno adesso poste al vaglio del comitato interministeriale appositamente nominato all’interno del quale è coinvolta anche l’Autorità Garante della protezione dei dati personali, a riprova dell’attenzione prestata sul tema. In sostanza, l’idea del governo italiano segue il principio cinese di utilizzo di applicazioni o tecnologie già esistenti che vadano soltanto adattate in nome della velocità di esecuzione. L’indirizzo più accreditato sembra quello di una applicazione totalmente gestita da un soggetto pubblico, che impronti la propria attività sui principi del GDPR applicabili come la minimizzazione dei dati e la limitazione delle finalità del trattamento oltre, probabilmente, alla richiesta di un consenso espresso del cittadino per il trattamento dei dati.

In conclusione, il tempo in cui viviamo ci impone l’utilizzo della tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita, il progresso tecnologico è ormai parte integrante della nostra quotidianità, del nostro lavoro e del nostro modo di apprendere. Ciò a cui dovremo, però, prestare più attenzione è non dare per scontate le libertà ed i diritti fondamentali ottenuti con fatica in nome di una necessità più grande ma essere disposti a soffrirne una compressione in nome di un bene più grande, stando attenti a vigilare sul fatto che questa compressione oltre ad essere proporzionata, cessi quando l’emergenza sarà conclusa.

[PRIMA PARTE dell’articolo]

Autore: Manfredi Domina

Fonti di riferimento:

Anna Cataleta, “Data Tracing, per ogni vita umana salvata ben valga l’uso di una app” articolo pubblicato su www.corrierecomunicazioni.it del 25 Marzo 2020

Intervista ad Antonello Soro pubblicata in 19/03/2020 sul sito dell’Autorità Garante della Protezione dei Dati Personali, a cura di Claudia Fusani.

Pier Paolo Muià, “L’importanza del rispetto della privacy durante l’emergenza coronavirus secondo il Presidente del Garante Privacy”, articolo pubblicato su www.diritto.it del 24 Marzo 2020.

Marco Martorana, “Emergenza Coronavirus: la questione della protezione dei dati personali sui luoghi di lavoro” articolo pubblicato su www.quotidianogiuridico.it del 12 Marzo 2020.

Giorgia Zunino, “Coronavirus, app e sistemi per tracciare i positivi: come funzionano” articolo pubblicato su www.agendadigitale.eu del 20 Marzo 2020.

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